Non sapremo dare il significato reale alla condizione di solitudine fino a quando non ci ritroveremo sulla sua sommità, lungo una strada a senso unico.
Essa è una condizione di beatitudine quando siamo nel pieno delle nostre facoltà, possibilità, capacità. Così vien facile scegliere di stare soli, di non essere il fardello di qualcuno né tanto meno di accollarsene. Sembra sacrosanto essere liberi da legacci e addirittura giusto e altruistico non condizionare il prossimo con le nostre necessità.
Ma che succede quando l'unica compagnia che ci rimane è poco più - o poco meno - della metà di noi stessi? Quando le circostanze avverse, le mancanze e le paure peseranno più del nostro essere? Allora sarà ancora una scelta o un'imposizione dall'alto di non si sa cosa?
Sarà stato giusto, alla resa dei conti, aver sofferto un poco per fuggire dai segni che i legami necessariamente lasciano per soffrire indicibilmente alla fine, al picco della solitudine, fino a perdere se stessi, irreversibilmente?
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Conati di riflessione
Sei la sorprendente regola di ogni legge di Murphy nota o sconosciuta, così come
Sei la la consueta eccezione di ogni ordinario ciclo vitale, di qualsiasi karmica, meritevole disposizione benevola del destino.
Che non dimentichi mai niente, o nessuno, neanche quando non ti riguarda nè per competenze, nè per appartenenza, è la regola pure,
con l'eccezione - direi non proprio dovuta - che di quanto sopra ti scordi sistematicamente, seppur ti riguarda in prima persona.
Credi fermamente ad una legge universale degli equilibri.
Probabilmente tu nei sei la valvola di sfogo, dovresti gioire di cotanto ruolo.
Sei la la consueta eccezione di ogni ordinario ciclo vitale, di qualsiasi karmica, meritevole disposizione benevola del destino.
Che non dimentichi mai niente, o nessuno, neanche quando non ti riguarda nè per competenze, nè per appartenenza, è la regola pure,
con l'eccezione - direi non proprio dovuta - che di quanto sopra ti scordi sistematicamente, seppur ti riguarda in prima persona.
Credi fermamente ad una legge universale degli equilibri.
Probabilmente tu nei sei la valvola di sfogo, dovresti gioire di cotanto ruolo.
Presbiopia
Devo aver un difetto,
un vizio. Di forma o di sostanza, o di entrambe,
con un comportamento del tutto particolare:
E' un po' presbite, nel senso che si vede solo standomi un po' a distanza.
Chi mi si mette vicino, vicino davvero,
non percepisce niente, non si accorge che qualcosa va per storto. Anzi, mi trova così precisa e quasi perfetta...
Chi si tiene a distanza sì. Lo vede e per questa prospettiva rafforza la sua decisione di rimanere lontano.
Forse se ne compiace pure di essere rimasto lì, sulle sue.
Chissà com'è vederlo, quel vizio. chissà com'è.
Magari
Forse se ne compiace pure di essere rimasto lì, sulle sue.
Chissà com'è vederlo, quel vizio. chissà com'è.
Magari
Dovrei rimanermi lontana io pure.
Flipper emozionale
Parole e cose, e persone ti colpiscono solo se e quando sei ricettivo: ma non è un processo di adattamento e di conquista, piuttosto una sferzata improvvisa, uno schiaffo in pieno viso.
Capita a tutti di prendere porte in faccia, a te cominciano a dolere quando ormai la botta e il livido dovrebbero essere solo un ricordo.
Di cogliere parole che riecheggiano come echi infiniti, che però odi distintamente solo ai titoli di coda.
I tuoi sensi perennemente in ritardo.
...Devono renderti davvero strana o ingenua agli occhi degli altri.
Stupida e ridicola due volte, ai tuoi stessi.
Capita a tutti di prendere porte in faccia, a te cominciano a dolere quando ormai la botta e il livido dovrebbero essere solo un ricordo.
Di cogliere parole che riecheggiano come echi infiniti, che però odi distintamente solo ai titoli di coda.
I tuoi sensi perennemente in ritardo.
...Devono renderti davvero strana o ingenua agli occhi degli altri.
Stupida e ridicola due volte, ai tuoi stessi.
Epifania
L'Epifania è la manifestazione di una meraviglia, che a quel punto diventa realtà non più ignorabile.
Ci sono persone luminose come Epifanie permanenti.
Ma ugualmente, c'è chi non sembra minimamente accecato dal loro bagliore. Anzi, Questi ultimi li vedi scorgere una luce dentro occhi, o cuori che somigliano più ad antri paurosi.
Qual è il miracolo allora? E quale il peccato?
Son sventurati o benedetti quegli occhi che vedono le stelle nel nero carbone, mentre ignorano il sole?
Non lo so davvero.
Fuori nevica, e penso solo che una rivelazione è sì una meraviglia, ma che sta negli occhi di chi guarda.
Ci sono persone luminose come Epifanie permanenti.
Ma ugualmente, c'è chi non sembra minimamente accecato dal loro bagliore. Anzi, Questi ultimi li vedi scorgere una luce dentro occhi, o cuori che somigliano più ad antri paurosi.
Qual è il miracolo allora? E quale il peccato?
Son sventurati o benedetti quegli occhi che vedono le stelle nel nero carbone, mentre ignorano il sole?
Non lo so davvero.
Fuori nevica, e penso solo che una rivelazione è sì una meraviglia, ma che sta negli occhi di chi guarda.
La stazione (26/04/2007)
Quando ero un’allegra e
spensierata studentessa universitaria al terzo anno ho avuto la fortuna (o la
sfiga, boh?) di condividere l’appartamento con l’amiga Ange, una persona che
negli anni è diventata una delle mie più amiche amighissime, nonché la mia
preferita compagna di figure!!!
Era un lunedì, uno dei soliti
in cui s’era ripreso il trenino (o “lettorina”, che dir si voglia) e si tornava al paesello adottivo per iniziare
una nuova ed "entusiasmante" settimana universitaria
Fatto sta che all'arrivo alla
stazione ci prepariamo a scendere (questa della preparazione ve la devo dire: persone che si preparavano a scendere già dalla penultima stazione; prima una manica del cappotto, poi l’altra, dopo qualche secondo la valigia, e
poi altri 10 minuti in piedi ammassati sulla porta!!! Il tutto, perché poi
arrivati alla stazione si doveva scattare verso il bar per acquistare i
biglietti del bus, per poi correre fino alla fermata…insomma era una vera
gara).
Comunque arriviamo e iniziamo
a scendere, io mi infilo nella coda e sono giù dal treno. Aspetto Ange lì sul
binario ma di lei neanche l’ombra… Nel
frattempo la gente è quasi tutta scesa, e io inizio a dare segni di
nervosismo, “ma che cacchio starà facendo ancora su??”
Dopo un bel pezzo la vedo
affacciarsi sulla scaletta ridendo come una pazza. “Che figura…” Va blaterando. “Ma che c’hai???” io, sempre più nervosa.
“Aspetta…” – ancora ride –
“mo’ te lo dico” (ridarella)… scende, mi si affianca e inizia a raccontarmi che
mentre stava cercando di uscire dai posti a salottino si è sentita come tirare indietro, ma era strano dato che non c’era nessuno seduto…
allora aveva cominciato a tirare, ma era rimasta bloccata ancora, allora aveva strattonato…. E in quel momento si era resa
conto che lo spallaccio dello zaino si era impigliato nel bracciolo del sedile,
e nello stesso identico istante aveva visto che un ragazzo aveva assistito
a tutta quella scena e stava cercando (poverino!) di trattenere le risate! E
quindi tutta rossa e imbarazzata era scesa di corsa dal vagone.
Non ridete! Non è mica finita
qui….
Mentre mi racconta la
figura che lei pensava essere quella del giorno, ci avviciniamo al
bar della stazione per prendere i biglietti e io esclamo: “Oh! Che carino!! Hanno
rimodernato il bar, guarda!” “E’ vero!!” Mi fa eco lei. E tutte e due a guardare con gli occhi
per aria quella bella porta tutta a vetri, e poi dentro il bar con gli arredi in
legno e la gente, tanta gente dentro…. Camminiamo e con gli occhi fissi all'interno guardiamo, camminiamo e guardiamo, guardiamo e fissiamo…occhi troppo fissi…fino a quando….SBAAM!!!!!!
A quel punto sposto il
mio sguardo altrove, ma non di molto, giusto per vedere Ange incollata con la
faccia al vetro della porta nuova di zecca (il mio cervello non smette di pensare: “l’ha sfondata”).
In quel momento l’aria si copre di un silenzio artefatto,
come quello che trovi in certi film western prima dei duelli. Dentro il bar,
tutti con gli occhi incollati alla porta, le tazzine in mano ad un palmo dalle
labbra, immobili, fissi, mummificati.
Fuori dal bar: mi volto e trovo una colonna di pendolari che, sorpresa dal
fragoroso botto, si era fermata all'unisono e sembrava non respirasse più. Mi è sembrato come se anche il traffico, i
rumori si fossero fermati come preda di un incantesimo.
E poi io, ancora fissa su Ange,
col respiro mozzato. Solo quando ho percepito in lei qualche movimento atto a
spiccicarsi dal vetro e ho capito che era ancora viva e stava bene, come per
comunicare al mondo la buona novella, ho fatto una cosa che lei credo non mi
perdonerà mai. Dopo essermi girata e aver visto quella fiumana
di gente dietro di noi, mi sono sentita un po’ il crocevia, come
investita del potere di spezzare quell'incantesimo. Quindi rivolgendomi a lei, con
un tono di rimprovero, come a dire, “sei sempre tu la pietra dello scandalo, ho intonato un”: “ANGELI’!!!!!”
Lei, mezzo ridendo e mezzo scappando e trascinandomisi dietro: “Zitta stronza che poi mi riconoscono tutti!!”
Lei, mezzo ridendo e mezzo scappando e trascinandomisi dietro: “Zitta stronza che poi mi riconoscono tutti!!”
Abra Cadabra
Le canzoni sono formule magiche.
Non sempre sono perfette o del tutto affascinanti, ma hanno qualcosa,
nella metrica, le rime o le parole, che suscita l'incantesimo.
Come macchine del tempo ti sanno riportare in un dato momento,
e fanno di più: ti strappano da dentro quella emozione, esponendola ancora al mondo.
Pensare a chi, cosa, o dove tu l'abbia provata non servirebbe allo stesso scopo:
ormai l'emozione è andata come andate sono le persone, i momenti e i luoghi.
Ma le canzoni, alcune canzoni, sanno riproiettare le emozioni così, scevre da ogni contesto,
Non sempre sono perfette o del tutto affascinanti, ma hanno qualcosa,
nella metrica, le rime o le parole, che suscita l'incantesimo.
Come macchine del tempo ti sanno riportare in un dato momento,
e fanno di più: ti strappano da dentro quella emozione, esponendola ancora al mondo.
Pensare a chi, cosa, o dove tu l'abbia provata non servirebbe allo stesso scopo:
ormai l'emozione è andata come andate sono le persone, i momenti e i luoghi.
Ma le canzoni, alcune canzoni, sanno riproiettare le emozioni così, scevre da ogni contesto,
rendendole vive e immortali, forse persino più brillanti.
Le canzoni praticano la magia.
A volte bianca, a volte nera, ma pur sempre magia.
A volte bianca, a volte nera, ma pur sempre magia.
7 Novembre 2016
Amo i papaveri.
Li amo così, solo con gli occhi. Puoi amarli solo da lontano. Da lì spiccano in mezzo al caos del mondo, ma se ti avvicini troppo finiresti per rimpicciolirne il valore e sgualcirli. E io detesto questa eventualità.
Amo il mare.
Puoi immergertici, puoi farti bagnare e perfino farti spazzare. Ma non puoi tenerlo in mano, sfugge. Non puoi abbracciarlo. E' immenso.
Amo mai interamente e mai troppo da vicino.
Chissà se le cose che amiamo rivelano più un bisogno, o l'essenza o il destino.
Li amo così, solo con gli occhi. Puoi amarli solo da lontano. Da lì spiccano in mezzo al caos del mondo, ma se ti avvicini troppo finiresti per rimpicciolirne il valore e sgualcirli. E io detesto questa eventualità.
Amo il mare.
Puoi immergertici, puoi farti bagnare e perfino farti spazzare. Ma non puoi tenerlo in mano, sfugge. Non puoi abbracciarlo. E' immenso.
Amo mai interamente e mai troppo da vicino.
Chissà se le cose che amiamo rivelano più un bisogno, o l'essenza o il destino.
Cena Cinese (from: "Briciole di Vita, 2007)
Eccoci
tornati al consueto appuntamento settimanale con le mie disavventure semi
serie!
Oggi
vi racconterò di quella volta che si era a cena al ristornate cinese. Ci ho
ripensato perché proprio ieri se ne parlava.
Non
ricordo quale ricorrenza c’era in ballo, ma ricordo che eravamo tutte donne (per
cui azzardo…festa della donna?). Eravamo lì al tavolo rotondo che si
chiacchierava, si mangiava e si beveva…acqua però!
Il
fatto è che dopo un po’ ho sentito lo stimolo - non ancora troppo impellente in
verità - di andare a far pipì. Entrata
in bagno però, mi sono accorta che la chiusura della porta era difettosa, e
siccome ho un brutto ricordo di porte
bloccate (ih! Ih!...vi devo dire pure questa!) ho preferito uscire senza
compiere ciò per cui ero entrata.
Sono
tornata al tavolo e ancora: chiacchiera
e mangia e bevi… alla fine lo stimolo era diventato molto più urgente!
Fortuna
ha voluto che la mia “amiga” Ange (che come avrete capito è mia compagna di merende
nelle figure più barbine) mi dice: “vieni con me al bagno?” (e qui ne
approfitto per spiegare agli ometti il motivo per cui due donne vanno al bagno
in coppia – anzi dirò di più: è preferibile che vadano in coppia - come i carabinieri: la posizione che si
assume in quel momento ci espone a vari pericoli “esterni” da cui è impossibile
difendersi con prontezza, per cui è meglio avere una guardia del corpo! Più
sotto capirete meglio…)
Comunque andiamo al bagno, composto di un’anticamera
comune e poi 2 porte, una per maschietti, l’altra per femminucce, e nel
frattempo non ricordo di che ci raccontavamo animatamente. Lei avanti, girata
con la testa verso di me per parlarmi, io che la seguivo subito dietro.
Ancora
parlando e guardandomi in faccia, lei spinge la porta delle femminucce e…. in
un attimo la tragedia: la mia faccia che si trasforma parlando da sola di
terrore e confusione, lei che si specchia nei miei occhi, si gira di scatto,
richiude la porta….e con un balzo felino riusciamo in sala soffocando le
risate e morendone nascoste sotto il
tavolo.
…Cosa
avevamo visto? Beh, aprendo la porta mi ero trovata davanti una ragazza mulatta
- una bella ragazzona in carne - che presa dal panico per essere stata
colta…”in flagrante” si stava tirando su le calze in tutta fretta e alla meno
peggio…. Tra l’altro la poverina aveva pure poca dimestichezza con l’italiano,
e non è riuscita se non a mugugnare il suo terrore e il suo imbarazzo con suoni
incomprensibili… noi due ancora più imbarazzate abbiamo dapprima “urlettato” e
richiuso la porta come se chissà quale mostro del gabinetto ci fosse stato….
Al
tavolo, ripreseci finalmente dalle risate convulse e in preda al duplice
imbarazzo e sensi di colpa ci siamo ricomposte e siamo rientrate in bagno, dove
finalmente la ragazza era uscita, ancora visibilmente spaurita, e le abbiamo chiesto scusa per la bifolca figura.
Anche lei da parte sua, e con molta fatica ha cercato di farci capire la sua
mortificazione per aver lasciato aperto, ma solo perché la chiusura era rotta.
Povera! Lei mortificata….! (lì mi sono sentita doppiamente bifolca e
scostumata, non so!) Comunque… anche per questo è meglio andare in bagno in
compagnia, almeno per avere un testimone nelle peggiori figure!
L'arte della levatrice
Ho sempre ammirato il metodo socratico, l'utilizzo del dialogo per portare alla luce i pensieri originali dell'interlocutore. Perché alla base c'è il rispetto dell'interlocutore stesso e dei suoi tempi.
Considero la terapia fisica una sorta di dialogo socratico.
Così stamattina durante la sessione di fisioterapia, la consueta domanda: "Come stai?" a cui è seguita la consueta, ma forse adesso direi automatica risposta: "Bene!"
Poi però mentre venivo sottoposta alle mani del mio angelo fisioterapista, sono venuti a galla una serie di punti annodati, di chiusure posturali, che negli anni ho imparato a collegare ad emozioni, circostanze, ma che oggi non riuscivo a spiegarmi.
La seconda cosa importante che ho imparato in questi anni, è che individuato un blocco, un problema, dovevo limitarmi ad osservare non giudicando(mi). Questa è una cosa dura davvero. Impegnarsi nella ripetizione dei movimenti senza pensare alle evidenti imperfezioni e limitazioni. E' dura, ma funziona. Ti permette di imparare di nuovo a fare come se fosse la prima volta.
La terza cosa è che impegnata solo da un punto di vista meccanico, hai spazio nella mente per scavare su che cosa ti ha portato a serrare oltremodo la mascella, a portare in avanti il grugno, a coprire con la spalla sinistra in avanti a protezione del lato destro. Questa è la parte che io chiamo psicoterapia.
Tutti questi passaggi ti portano a rispondere con cognizione alla domanda iniziale. "Come stai"?
"Non come dovrei essere, ma riesco a lavorarci su, quindi potrò stare meglio di quando ho cominciato".
Consapevolezza. Confutazione di quella Consapevolezza. Vera Consapevolezza.
Considero la terapia fisica una sorta di dialogo socratico.
Così stamattina durante la sessione di fisioterapia, la consueta domanda: "Come stai?" a cui è seguita la consueta, ma forse adesso direi automatica risposta: "Bene!"
Poi però mentre venivo sottoposta alle mani del mio angelo fisioterapista, sono venuti a galla una serie di punti annodati, di chiusure posturali, che negli anni ho imparato a collegare ad emozioni, circostanze, ma che oggi non riuscivo a spiegarmi.
La seconda cosa importante che ho imparato in questi anni, è che individuato un blocco, un problema, dovevo limitarmi ad osservare non giudicando(mi). Questa è una cosa dura davvero. Impegnarsi nella ripetizione dei movimenti senza pensare alle evidenti imperfezioni e limitazioni. E' dura, ma funziona. Ti permette di imparare di nuovo a fare come se fosse la prima volta.
La terza cosa è che impegnata solo da un punto di vista meccanico, hai spazio nella mente per scavare su che cosa ti ha portato a serrare oltremodo la mascella, a portare in avanti il grugno, a coprire con la spalla sinistra in avanti a protezione del lato destro. Questa è la parte che io chiamo psicoterapia.
Tutti questi passaggi ti portano a rispondere con cognizione alla domanda iniziale. "Come stai"?
"Non come dovrei essere, ma riesco a lavorarci su, quindi potrò stare meglio di quando ho cominciato".
Consapevolezza. Confutazione di quella Consapevolezza. Vera Consapevolezza.
Clair del lune
Dirigi l'amore su strade parallele,
lo plasmi di forme molteplici
e sperimenti che l'amore porta amore.
Poi però guidando al chiarore lunare
capisci che è quello senza argini,
senza merito e senza motivo
che non puoi dirigere,
quello che manca.
lo plasmi di forme molteplici
e sperimenti che l'amore porta amore.
Poi però guidando al chiarore lunare
capisci che è quello senza argini,
senza merito e senza motivo
che non puoi dirigere,
quello che manca.
Un blog di tanto tempo fa: Briciole di Vita
Da un piccolo balconcino sgrullo le mie tovaglie
Per far rumore, e per svuotarmi
Da un piccolo balconcino lascio cadere le mie briciole.
Ognuna diversa dall’altra,
E tutte racchiudono un po’ di me.
Da un piccolo balconcino guardo la montagna
E respiro il mare.
Da un piccolo balconcino
Mi lascio portare dal filo dei pensieri.
Da un piccolo balconcino
Guardo la vita srotolarsi sotto i miei occhi.
(Briciole di Vita, 2006/2008)
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Gennaio-26
Ho rinchiuso tutte le belve. Non ricordavo ne fossero così tante, alcune le credevo defunte, e invece stavano ancora là. Comunque le ho cat...
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È la capacità. Non c'entra il materiale di cui è fatto un recipiente, né la fattura, o la pregevolezza, lo stile, il valore. Né se int...
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